CENACOLO DEI POETI E ARTISTI DI MONZA E BRIANZA


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2010-Le fonti e gli specchi

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Prefazione


Con un titolo bellissimo Mirco Invernali affronta a faccia a faccia una delle questioni fondamentali ed esemplari del­la letteratura: il rapporto fra originalità e rifacimento, commento, riscrittura (specificamente in poesia). Si sa da sem­pre (almeno dal tempo - del resto molto remoto - dei continuatori dell'epica omerica) che gli argomenti poetabili sono pochissimi, e il problema e l'impegno del poeta sono quelli della variazione, della trasformazione, della trasfigu­razione, del commento, dell'imitazione, dell'esplicazione. Tanto per fare un esempio minimo, nell'ambito lirico, le api, la cicala, il passero sono tre forme della realtà naturale quanto mai comuni, ma la poesia ne ha moltiplicato indefinitamente la rappresentazione, sia descrittivamente, sia metaforicamente, sia emblematicamente, sia in forma di similitudine: ne sono prove Fiatone, Virgilio, Catullo, Dante, Ariosto, Leopardi, Pascoli, D'Annunzio, Montale, Cozzano, Sbarbaro e infiniti altri autori, classici e moderni. In generale, il poeta è consapevole che l'oggetto o l'esperienza o la condizione umana o l'esperienza dei sensi e dell'anima da lui scelta per la sua rappresentazione gli sono davanti nella memoria diretta o (ma meno frequentemente) indiretta e a quelle si rivolge per la sua variazione tematica: non lo dice espressamente, perché fa parte del supremo gioco della poesia lasciare al lettore il compito di riconoscere il già detto che egli fa nuovo e diverso, a meno che non sia così inetto o ignorante da non riconoscere l'aspetto decisivo della scrittura letteraria (e lo stesso si può dire naturalmente per la musica, per la pittura, per la scultura, per l'architettura, per il cinema). La citazione riconosciuta è una gioia sfrenata per il lettore, il commentatore, l'interprete.
Ogni variazione poetica è anche atto critico. È la spiegazione di quanto il poeta del passato ha detto. Trasforma­zione ed esegesi sono i due aspetti strenuamente virtuosi e gioiosi della scrittura poetica.
Ora Invernali arriva più in là, fino alla sfida clamorosa e più difficile e perigliosa: non sceglie soltanto citazioni e allusioni, ma prende una serie di testi poetici antichi e moderni, italiani e stranieri, e li riscrive in modo radicale, al­lusivamente ripetendo metro, lingua, andamento. Il titolo è una mirabile lezione: le fonti e gli specchi, cioè gli emblemi incisivi dell'acqua pura che deriva dalla fontana intesa metaforicamente come lo sgorgare della parola originaria fino al prato verde e agli alberi e agli arbusti che sono l'altra poesia che ne viene perpetuamente ravvivata, e quella di Invernali ne è un esempio vivacissimo; e l'altro emblema ugualmente efficacissimo delle infinite immagini che compaiono, luminose e cupe, vitali e malinconiche, tristi e giocose, e lì durano o per un attimo per poi sparire, o per sempre nella fissità della visione. Anzi, si può dire che negli specchi appaiono le tante figure della poesia, e l'estrema e in qualche modo definitiva apparizione sono proprio i fiori e le foglie che Invernali ha fatto nascere dall'acqua della fontana (delle tante fontane) che si è andato a cercare nel tempo e nello spazio poetico. Invernali elenca tutti i nomi dei poeti che ha scelto per le sue variazioni, che sono, appunto, reinvenzioni e al tempo stesso interpretazioni. Penso, esemplarmente, alla prima poesia che si intitola Fiore vivo: quattro quartine rimate, poste in limite alla raccolta, con l'eco, sì, montaliana, ma con la serie di variazioni d'amore, di memoria, di esistenza, fino al confronto mirabile e passionato fra il fiore che è la poesia ed è la vita e l'ombra dell'autunno come emblema dell'età che avanza. Come sigla suprema c'è l'ultimo verso: il sogno infinito che è la poesia di Invernali e ogni altro autore che porti avanti tenacemente la bellezza e la verità della parola.
Le fonti vive (l'allusione è biblica, nel dialogo fra Gesù e la Samaritana e il pozzo da cui la donna vuole attingere l'acqua, e il Cristo le dice che le offrirà altra acqua per cui non avrà mai più sete, perché egli ha quella fontana eterna) sono quelle della poesia: chi vorrà bere quell'acqua si sazierà festosamente dell'infinita gioia e ricchezza della parola poetica. In passato Invernali aveva già derivato da un'opima fontana l'altra sua poesia, ed era stata quella di Mallarmé. Allora egli aveva compiuto l'impresa più audace perché era, contemporaneamente, la traduzione dei testi francesi e la reinvenzione, in modo da offrirci tre alternati­ve poetiche: il testo, la versione e la derivazione come interpretazione, commento, ulteriore possibilità di aggiunta poetica a opera dell'autore contemporaneo che anche il critico privilegiato, capace di far durare di più la vita della poesia originaria, come variazione portata in quel modo all'essenza e all'esemplarità. È quanto Invernali ora ha fatto in modi forse più liberi di spostamenti, di sapientissima fedeltà all'eco in situazioni, forme, metafore, ambientazioni variate. Penso al montaliano Monaco: tutto è diverso rispetto ad almeno tre o quattro testi di Montale, ma tutto, al tempo stesso, richiama al discorso d'origine. È una poesia diversa e uguale a un'interpretazione, non come imitazione, ma appunto come eco che si risente e da il senso dell'udito e dell'inventato, perché il suono viene da lungi, ma si è adesso prolungato, va oltre, perpetua ciò che si è ascoltato.
Sì, Invernali è come la ninfa Eco che ripete le parole che gli sono state date, ma la continuazione del suono non è uguale, non è una ripetizione con il troppo di malinconia e di disperazione per il messaggio ridotto a puro fiato, quanto invece è l'arricchimento e il mutamento del messaggio, è l'impreziosimento e l'arricchimento del significato, è l'aggiunta dell'aggiunta al creato (come dice Dante) del mondo quale è stato inizialmente da Dio creato. Invernali giunge fino alla suprema variazione che si compie nel minimo della metrica, della spezzettatura dell'emistichio, della rima infinta. Cito due casi, sempre montaliani: "S'apre un varco... Per te, mi dico..."; "Chi prega più, chi spera? Quel momento / fu il mio, uno dei pochi. / La tua beltà precocemente altera / ha lasciato nel buio i falsi fuochi, / la sagra estiva, i sogni che non mentono". C'è l'affermazione netta del varco che è qui, ma poi la rappresentazione va altrove, con la rima infinta "momento-mentono", l'avverbio "precocemente" che è eco delle Processioni del '49 gioiosamente modificati. Sono mi­rabili esempi della fondazione poetica e critica al tempo stesso di Invernali. Si può osservare che le fonti e gli specchi non sono mai univoci: altra acqua e altre immagini intervengono ad aggiungere altre figure all'eco di fondo per Paggallarsi a volta a volta di altre letture e scritture. Gli esempi sono frequentissimi, sempre nella tensione verso il continuo ritessere la trama della parola poetica; penso a D'Annunzio, come "s'estenuava una brace / fumida" che è una eco montaiiana, cioè della variazione d'eco che giunge dopo il testo d'origine, ma è anche il richiamo, a profitto del lettore, del riferimento dannunziano che è nella poesia di Montale; e proprio per questo parlo dell'opera di Inver­nali come d'una straordinaria esercitazione di poesia della poesia e di lezione esegetica, ugualmente preziosa.

Giorgio Bàrberi Squarotti

La fonte

Senza ragione, forse, mi tocca
questa strana sorte:
ventagli che s’aprono,
cigni che nuotano
sull’oro occiduo d’acque morte.

Io che montavo il sogno
sopra una traccia
(non labile scia, non esigua breccia)
non ho che sabbia fra le dita
nel silenzio.

Era falsa la scintilla
o illusione o troppa sete o volontà
sfinita: la fonte non distilla
che assenzio.

Come d’estate

Come d’estate, a sera, s’accendono
nembi di viola e di cinabro (biocchi
luminosi e rosa,

allora), così si specchiano, se guardi,
l’uno sull’altro i volti
(i lontani, gli spietati volti)
in una stanca
palude di ricordi, smunti,

e t’inoltri
varco dopo varco in botri
algidi, franti, in un lembo
scuro, che divampa.

Brianza (Piangono fonti)

Nutrice antica d’ombre e di paludi
mi corre dentro
da sempre la tua linfa, un fiume.

Piangono fonti
a specchio di foglie, di muschi,
brughiere dove l’inverno
era il cristallo dei sogni
indicibili.

Non eri pronta a sedurmi,
paesaggio d’innocente tristezza.
Il cielo vaniva su nebbie,
infidi spettri fra i rovi
aprivano tagliole.
Solo so amarti: così ebbro
il mio strazio, disumano.

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