CENACOLO DEI POETI E ARTISTI DI MONZA E BRIANZA


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1989-Lontananze

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Presentazione


Le due parti di Lontananze di Mirco Invernali non potrebbero essere più diverse, quasi due facce opposte di un discorso poetico che pure, per quel che riguarda l'intento di fondo, si riflette specularmente dall'una all'altra: la prima contesta di un linguaggio e di forme molto semplificate, quasi elementari nella ricerca di un'accanita chiarezza, da ottenersi allivello più comune e quieto possibile, fino a toccare il grado zero di una scrittura poetica crepuscolare, appena sorretta da esclamativi, da interrogazioni, da parentetiche, con un'insistenza complessiva su effetti di memoria malinconica, di stagioni tristi e perdute, di amori pallidi e come dissolti in una nebbia di tempo, più sogni che realtà, immagini e parole di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato; la seconda, invece, con una tensione continua verso i toni alti, pur sempre nell'ambito della memoria, del rimpianto, della meditazione della sconfitta esistenziale, con modi tuttavia crepuscolari ma non tendenti al basso, quanto più sollevati verso le scansioni fonde e solenni del tragico, sia pure evocato dal cuore del quotidiano.
Credo che i risultati più sicuri siano raggiunti da Invernali quando il sogno si fa, più che evasione, stupore e incanto, nella prima parte della raccolta, come in testi quali Il presepio di Brandani o Fiume che scorre o Canzone del rimpianto, che è un'odicina apparentemente esile e fragile, ma con, dentro, una forza di invenzione visionaria assolutamente rara (che si ritrova anche in Posso mentirvi, dove la semplicità è spogliazione di tutto il superfluo per giungere a un'essenzialità luminosa e viva). Ma per lo più la semplificazione del discorso si addice ad Invernali meno della complessità e dell'ampiezza del giro verbale, sintattico, ritmico, anche se in questa misura Invernali è portato a costituire, sotto il suo testo, la filigrana di altri testi, secondo un procedimento che gli è stato proprio in passato (nella seconda parte di Lontananze soprattutto Luzi, accanto all'amatissimo Montale). Voglio dire che le nuove Lontananze hanno un piglio di grande agio compositivo, che dà ai testi quella doppia funzione di discorso poetico e, al tempo stesso, critico, che è tipica di tanta parte della scrittura in versi di Invernali: il creare poesia sopra altra poesia, per una continuità che è anche spostamento e variazione sapientissima e, insieme, testimonianza di perfetta consapevolezza critica nei confronti dei poeti richiamati e ripresi e sviluppati entro il proprio testo.
È un'operazione di altissimo manierismo, e in questi termini mi paiono ammirevoli testi come Ombre su BabIlu, Il ponte, Gli anni, Nel parco, che rappresentano la sublimità del virtuosismo nelle variazioni su temi dati. Ma altri testi ci sono che presentano racconto ed evocazione, sogno e memoria non sull'eco di altri poeti, ma su una risonanza d'anima profonda, dolente, incantata, visionaria, che si trova alla fine a confessare la sconfitta, la perdita, l'abbandono, come nel bellissimo testo che s'intitola Tutto è come prima o in Questo è tutto, che muove da inflessioni crepuscolari per giungere a comporre un testamento spirituale di altissima verità, o in Adolescenza, che parte dallo scatto del ricordare per fissare in modo indimenticabile un paesaggio d'anima e del tempo, che non ha più nulla di fisico e di reale, perchè è interamente interiorizzato e contemplato, dentro, come un'avventura malinconica ma valorosamente perseguita a malgrado di tutte le perdite e le delusioni; o ne Il verdetto, altro testamento di poesia, con un che di più sconfortato e amaro pur nella rivendicazione dell'autenticità della propria vocazione della scrittura poetica; o ne Il ponte di via Borgazzi, dove la straziante memoria della vita perduta si fonde perfettamente con il sussulto di quella presente, che manda il suo richiamo: "Sotto, ribolle l'acqua - e si fai corrente che trascina ogni ricordo,! dove il tuo viso non si può specchiare:/ nebbia più nebbia di tristezza e d'anni./ Dal sonno mi risvegliai un mormorio di voci sbarazzine,! un colorito andirivieni mosso/ da una moto sportiva.
E mi volto.// Di più non posso': La sigla conclusiva è stupenda come manifestazione della consapevolezza del massimo di accoglimento che, per chi è assediato dal ricordo e dal sogno e dalla scrittura poetica, può darsi della voce attuale della vita: ma può valere per tutta questa più alta e sicura poesia di Invernali, come metafora di un discorso che nasce dal convergere della sapienza della poesia con l'ascolto ancora teso alle cose che sono fuori dei libri, al trascorrere di una corrente o all'arrivo di una moto sportiva o una folla di dormienti o a filari di gelsi incorruttibili.

Giorgio Bàrberi Squarotti

Al ponte di via Borgazzi

A chi penso, stasera, in questo luogo,
se non a te?

Non ampio, tra due rive di sambuco
cade il canale nella chiusa.
Sopra, brilla una polvere dì gocce
dove danza, a quest'ora, un arco
muìticolore come una bandiera:
ma il posto è vuoto e fredda la ringhiera.
Sotto, ribolle l'acqua - e si fa
corrente che trascina ogni ricordo;
dove Ìl tuo viso non si può specchiare:
nebbia più nebbia di tristezza e d'anni.
Dal sonno mi risveglia
un mormorio di voci sbarazzine,
un colorito andirivieni mosso
da una moto sportiva. - E mi volto.

Di più non posso.

Canzone d’amore

Posso guardare
i tuoi occhi rovesciati,
amore mio.

Posso guardare
la tua bocca senza parole
lottando con le ondate
dei tuoi capelli oceanici.

(Se durasse il tuo fuoco
vorrei eterna la notte,
non avrei paura
dei primi brividi d'autunno).

Posso guardare
l'affanno del tuo seno,
la morbida duna
del tuo fianco misterioso.

Posso guardare
i tuoi occhi rovesciati,
amore mio.

Nel Parco

Hanno rifatto il viale ed altre cose
che appena ci sfioravano
nei discontinui passi. S'allontana
in me il ricordo (o torna?) quando ancora
gremito era il cortile della Villa
nelle festose sere, a San Giovanni,
e il folto ci celava
ogni volta dal gioco ricamato
degli alti fuochi e dagli amici intorno.

Oggi tutto è cambiato e la mia vita
e i sogni, ed il futuro,
col suo disegno che non è più stato,
non è più che un nome, solo passato.
Solo chiare negli occhi
restano quelle sere (fuochi, scoppi...),
la Villa ed il cortile con la gente
lieta, confuso e strano e forse pago
del fatuo lampo che ti fa presente.

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