CENACOLO DEI POETI E ARTISTI DI MONZA E BRIANZA


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1985-Nerudiane

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Nota dell’Autore
(in chiave lacaniana)


Nel luogo in cui si situa il nostro discorso poetico, costruito nei termini d'un gioco che ribalta i sintomi dell'incomodo compagno di viaggio affidatoci da un demiurgo ostile, all'acme, vogliamo dire, della nevrosi, diagnosticata l'esistenza umana tramite il filtro del dosaggio lacaniano di reale, immaginario e simbolico, possiamo non solo farei carico dell'orgoglio di dire e far constatare una buona operazione di passaggio all'ordine lirico/simbolico, ma anche testimoniare la consapevolezza di viverlo, tale ordine, a livello immaginario. È infatti la coscienza di essere-nel-mondo nella condizione ineluttabile della mancanza-ad-essere che ci forza la mano e ci condanna alla continuità dell'insoddisfazione nello sviluppo delle nostre costruzioni ideali che costringiamo entro l'ordine simbolico attraverso un destino di sottomissione alla ,legge duale dell'immaginario.
Il gioco vuole un confronto che stabilisca ciò che è riconoscibile come debito rispetto a ciò che risulta 'scarto o differenza; esso chiede al discorso di porsi in una relazione ambigua con il desiderio, in quanto ricerca una fondazione immaginaria del sé tramite un'appropriazione che ha l'alibi di un essere-altrove, nelle strutture linguistiche soprattutto, le quali assumono le caratteristiche di una collezione di oggetti dotati della funzione magica di apparizione/sparizione del rocchetto freudiano. La «coazione a ripetere» manifesta allora il nostro bisogno, istituito come atto di produzione compromesso, di avere disponibile l'arma del recupero d'un valore sfuggente: «Questo gioco, affermiamo, manifesta nei suoi tratti radicali la determinazione che l'animale umano riceve dall'ordine simbolico ».
Il momento in cui il nostro desiderio si afferma nella scelta di una scrittura è anche quello che ci fa produttori di linguaggio, linguaggio «a una potenza seconda» attraverso il quale è possibile cominciare «ad impegnarsi nel sistema del discorso concreto con l'ambiente». In tal modo ci liberiamo della nostra impotenza, accettando la possibilità di manipolare gli elementi di linguaggio resi disponibili dalla nostra cultura e di ripetere, eternizzandola, l'espressione del nostro desiderio.
Così, per evitare di essere oggettivati in una soggettività superficiale, ci lasciamo cadere in una «alienazione fondamentale», che inizia quando sostituiamo a ciò che va al di là di ogni predicazione (cioé a noi, come individuo che diventa oggetto a se stesso) un' entità descrivibile. La nostra effettiva soggettività è quindi una permanente mancanza-ad-essere, che cerchiamo di colmare con la finzione del linguaggio, generandone un certo uso ohe consiste nel sostenere ossessivamente la falsa sostanza della soggettività, fino alla piena assunzione del nostro «essere-per-la-morte», al riconoscimento freudiano di un lo non padrone in casa propria.
Se dunque il desiderio d'un esserci heideggeriano è presente in noi a condizione, impostaci dall'esistenza d'un certo discorso, di far manifesta la sua necessità nella sfilata d'un significato che scivola sotto le strutture dei significanti di quel discorso e se, ancora, il fine del nostro discorso è la ricerca in noi di quella verità che questo desiderio vi sostiene nei confronti dei conflitti simbolici e deIle fissazioni immaginarie come mezzo del loro accordo, bisogna riconoscerlo, questo discorso poetico, e accettarne la seduzione in quanto desiderio dell'Altro. Il codice ha fatto entrare nel circuito della nostra memoria delle esperienze reali e le ha strutturate nel gergo dell'Altro, convogliandone le rappresentazioni nell'inconscio, dove conservano la loro strutturazione: noi tentiamo di chiarirne la verità mediante la costituzione guidata di catene associative che sostengano i simboli nella ricognizione di quello. Si apre cosi la strada alle lusinghe e alle menzogne del nostro discorso, nel quale la forma non dovrà mai essere presa in quanto tale, ma come un enigma, un rebus da risolvere: «Dirò solo questo senza insistere di più, cioè che si è attuato uno spostamento di forze, che io non ho fatto niente altro che lasciarle passare. Senza dubbio tutto sta in questo niente in cui io mi sono tenuto nei confronti di queste forze, per il fatto che le mie, in questo momento, mi paiono appena bastare a mantenermi in mezzo agli altri».
I nostri fantasmi lirici, allora, prendono posto all'interno di un'avventura che è quella del poeta tanto quanto la poesia ne è la messa in questione: «Noi vogliamo portare il lettore, col percorso di cui questi scritti sono i punti fondamentali e con lo stile su cui sono modellati, ad una conseguenza, in cui egli debba mettere del suo», perché «lo stile è l'uomo; e ne raggiungeremo la formula, soltanto ad allungarla: l'uomo a cui ci si indirizza».

Ancora Primavera

Una notte chiara brilla sotto le arcate
come una galleggiante lama di falce liquida;
ha il profumo d'un fiore
di magnolia ubriacata dalla brezza,
ha una schiera di blocchi che corre dentro uno specchio
a portare il tepore dell'aria e ricordi.

Forse ve l'hanno detto: quando dalle sue grotte
esce fuori il vento, quando il ragazzo insonne
dentro il suo letto sente l'urlo della primavera
e le gemme del sangue rimescolato bruciano
dentro i suoi rami,
c'è un non so che nel cuore, come di linfa
dolce, un non so che di strano mentre s'accende il giorno.

Si ripetono i segni del tempo:
l'arrotino che da la voce, le porte, il vino,
gli ombrelli,
le finestre aperte sulla strada; e gli orti, pare,
stendono un tappeto di verde chiaro,
le adolescenti scoppiano nelle vecchie magliette,
i materassi sono stesi al sole;
e tutto, tutto è una bandiera che sbatte sopra il carro
nuovo di primavera.

Il carro di primavera lo tirano cavalli
con fiocchi e sonagliere e ferri nuovi
e l'aria intorno ride per gli schiocchi
d'una frusta invisibile e profuma.

Di giorno in giorno il sole allunga la sua strada,
si drizza sopra i tetti:
le nubi che sì sciolgono, senza più lacrime,
la luce chiusa da mesi dentro le lampade,
nelle case,
le rondini tornate, Ì tigli che spandono fiocchi,
il verde tenero del grano'che non si può vedere senza
sperare,
tutto torna al mio cuore che batte
ancora una volta.

Canzone con preghiera

Oh, foglia sull'acqua; oh, bolla di colore;
oh, dolcezza di fiori e di spinati;
Ì tuoi occhi sono un bagliore acceso di miele indurito
e le tue gote un cespuglio acceso di more acerbe.

È triste: non poterti dare che insetti
o larve, o libri squinternati,
o parole che dicono il mio amore delirando,
paiole ingiallite che vanno come nubi serali,
parole dense d'ansietà e di sofismi;
dirti che t'amo soltanto con baci e con petali,
con rami denudati dalla grandine,
mostrando lugubri fanali e insegne spente.

Dirti che t'amo a lato d'una roggia,
entro la nebbia che fuma nel buio,
tu abbandonata a un muro dì fonderia
sotto i guizzi rossastri che rodono il camino,
tu abbandonata al velo della notte,
ai rantoli sordi d'oscuri animali.

Un delirio, un delirio smisurato alimenta
il mn amore indifeso e il mio destino di pietra,
il fuoco che mi corre nelle vene
mentre il mio strazio non ha più limiti,
un fuoco come il vento, un fuoco lungo che devasta
con una triste solerzia, con lampi
rosi dalla malinconia, con una implacabile
luce che cade sulla mia testa:
mentre ti penso, mentre
inutilmente m'aggiro per le stanze e i corridoi,
vedo quel fuoco bruciare dentro Ì tuoi occhi
che non hanno più lacrime.

Stai china sotto una lampada, tra
ferri da stiro e biancheria,
sfumi a vapore e pesi sulle pieghe,
ti basta l'odore di casa, il botto intermittente
della caldaia, della goccia che cade.
Sornigli a un ingranaggio lucido e preciso
e t'illumini a guardarti, come un sorriso,

Ti prego, starami vicino, con la tua forza docile
dei capelli arruffati, dei gesti misurati;
ti prego, stammi vicino come un tronco o un fiore,
o come l'amido o la spazzola corrosa,
qui dove i muri fermano la nebbia,
proteggono il mìo cuore freddo come una cifra.

Sinfonia notturna



La notte delle illusioni, la notte lucida s'arrampica
con uno sfibrante color nero, con le grandi braccia allargate,
con le sue bigiotterie, gettando fantasmi allo sbaraglio:
è una tempesta calma, piena di tristezza.
Perché fuggì via da queste terre la luce liquida, rumorosa,
da tante occupazioni solenni, da tanti uffici vocianti
quando avrebbe dovuto inondare tutte le strade, tutte le case,
da tanta dura verità che nascondeva.
Mi dolgo per il tutto ch'è sommerso, annullato,
nel tramonto morente, odorando l'aria
densa di semi sparsi, di fermenti,
chiudendo nella gola il grido a ciò che mi circonda,
a ciò che viene con un mantello di velluto e fiaccole;
mi nascondo, ubbidendo a paure ancestrali.
Pur, nulla v'è di misterioso, o di tetro, né d'aspetto ostile;
tutto pare sottrarsi con assoluta calma:
la tenebra s'annida fra i cespugli
non come stanca ragnatela, ma come un lutto;
il lucido tessuto, la sua trama invisibile
cade come un sipario sulla scena, per dire
che la commedia è chiusa:
tutte le forme vuoi diluire,
carpire, assorbire, eludere, circondare spazi.
Sono solo fra le cose sommerse,
il silenzio rovina su me, e lo sento,
lo sento, nel suo sospirare, muoversi nella notte umana,
dolorante presenza, come un'onda sterminata.

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